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Finanza On-line
Pioggia d'oro nero sulla
Basilicata
Crisi energetica? Non a Potenza: grazie a uno dei
maggiori giacimenti di petrolio d'Europa, la Regione incassa milioni
dall'Eni. E ora anche da Total.
Già prima della scoperta del petrolio, un po' per scherzo
e un po' sul serio, la Basilicata veniva chiamata la Svizzera del Sud:
tenore di vita discreto, criminalità organizzata sostanzialmente
assente, un grande polo industriale della Fiat a Melfi. Ora che lo
sfruttamento dei giacimenti della Val d'Agri sta entrando a pieno
regime, e dopo che l'Eni pure la Total con Shell ed Exxon si apprestano
a firmare un'intesa con la Regione per aprire pozzi nella zona e avviare
la produzione, forse si può addirittura parlare di Lucania Felix. Perché
con il greggio stanno piovendo sulla zona tanti soldi: 169 milioni di
euro già affluiti nelle casse regionali, altre centinaia che
arriveranno nei prossimi mesi e anni.
Secondo calcoli dell'Eni, che opera nell'area lucana in joint-venture
con la Shell Italia, tenendo conto che le royalty riconosciute alle
amministrazioni della zona sono pari al 7 per cento del valore della
produzione, Regione ed enti locali riceveranno nell'arco di vent'anni
circa 1 miliardo di euro, un po' meno di un terzo dell'intero bilancio
regionale della Basilicata. Cifra a cui dovrà essere aggiunta quella
erogata dalla compagnia francese Total che, in base ad altri calcoli,
dovrebbe essere di un'entità non di molto inferiore.
I termini dell'accordo tra la Regione e la società transalpina sono più
vantaggiosi rispetto a quelli che alcuni anni fa furono concordati tra
la stessa Regione e l'Eni. La Total verserà alle popolazioni della
Basilicata non solo il 7 per cento di royalty, ma anche 50 centesimi di
euro a barile su una quotazione base del greggio pari a 40 dollari. Dal
momento che oggi il prezzo del barile oscilla intorno ai 60 dollari, il
quid che la Total sarebbe tenuta a corrispondere equivarrebbe a 65-70
centesimi. Inoltre, la società petrolifera francese finanzierà con 3
milioni di euro l'allestimento di una rete di monitoraggio ambientale,
con un altro milione e mezzo la manutenzione ventennale degli impianti,
con almeno mezzo milione l'anno interventi per lo sviluppo della zona e
con altri 250 mila euro la sponsorizzazione del turismo.
In più la Total costruirà nell'area industriale di Guardia Perticara
un impianto per lo stoccaggio del gas gpl estratto dai pozzi insieme al
greggio e lo cederà alla Regione. Proprio grazie all'intesa con il
gruppo francese, infatti, la Basilicata si sta trasformando in un
piccolo player del business energetico. L'amministrazione regionale
costituirà una società energetica pubblica che si farà consegnare a
titolo gratuito tutto il gas estratto e comunque per una quantità non
inferiore a 750 milioni di metri cubi. Poi venderà il metano alle
centrali a gas o policombustibili ottenendo in cambio elettricità a
prezzi più bassi rispetto al resto d'Italia.
«Ridurremo la bolletta dei cittadini e delle imprese; l'accordo con la
Total per noi è un evento storico» annuncia euforico a Panorama Vito
De Filippo, 43 anni, presidente della giunta lucana, esponente della
Margherita e governatore più votato d'Italia alle ultime elezioni
amministrative (67 per cento). La Basilicata sta diventando, insomma, un
esempio per tutto il Mezzogiorno, perché la faccenda del petrolio del
Sud con tutto ciò che ne consegue è una specie di tav alla rovescia.
La piccola regione meridionale non solo è riuscita a superare la
sindrome Nimby (Not in my backyard, non nel mio giardino, cioè non
costruite vicino a casa mia qualsiasi attività considerata
potenzialmente fastidiosa o pericolosa), ma sta dimostrando che
l'accettazione concordata e contrattata di infrastrutture e insediamenti
produttivi e industriali, anche di quelli a rischio inquinamento, può
risultare un'eccezionale occasione di sviluppo e ricchezza. Per la verità
quando nella seconda metà degli anni Novanta si prospettò la
possibilità di sfruttare a pieno regime i giacimenti non è che la
gente fosse felicissima; e non fu facile né per gli amministratori
locali né per l'Eni superare le ostilità e le diffidenze di chi
riteneva che petrolio fosse sinomimo di danni al territorio e che i
pozzi avrebbero portato più guai che benefici. Il risultato sta a
dimostrare che la strada imboccata era quella giusta.
Solo l'Eni ha già investito per il petrolio della Val d'Agri circa 1
miliardo e mezzo di euro e altri 500 milioni li impegnerà nei prossimi
quattro-cinque anni, mentre la Total ne investirà 650. Gli effetti
della pioggia di royalty sulla zona cominciano inoltre a essere
tangibili. Basta guardare alle nuove strade aperte, alla rete per la
distribuzione del metano in 26 comuni, al sostegno delle attività di
imprenditori e artigiani, alla riqualificazione di centri storici, alla
ristrutturazione di vecchie chiese, agli interventi per lo sport e la
cultura. Oltre che per l'ambiente, tenuto costantemente sotto controllo
dalla rete capillare di monitoraggio.
E accanto alle opere realizzate ci sono gli annessi e connessi:
l'indotto che si è sviluppato e sta crescendo intorno alle attività di
estrazione (oltre 2 mila persone tra Eni e Total), l'aumento
dell'occupazione diretta e quella necessaria per la costruzione degli
impianti, dai pozzi alle condutture (2 mila persone per i giacimenti
Total). I benefici dell'oro nero lucano, del resto, travalicano anche i
confini della regione.
Il costo del greggio della Val d'Agri è inferiore di circa un terzo a
quello medio sul mercato internazionale e la qualità è ottima. Al
momento l'Eni estrae 90 mila barili al giorno che diventeranno presto
104, mentre la Total si appresta a produrre 50 mila barili nel giro di
tre o quattro anni. A conti fatti già oggi dalla Basilicata proviene
circa il 6 per cento del greggio consumato in Italia, quota destinata a
crescere notevolmente quando lo sfruttamento Eni e Total sarà a pieno
regime.
Come tutte le cose belle, anche il petrolio lucano prima o poi finirà.
Ma quando? I tecnici dicono che è sempre difficile stabilire con
esattezza la durata di un pozzo, anche se esperti e geologi non sono
pessimisti, avendo stimato che il sottosuolo della regione meridionale
nasconda il più grande giacimento di petrolio d'Europa in terraferma.
Le valutazioni dell'Eni relativamente alla sua concessione parlano di
riserve pari a circa 539 milioni di barili, mentre la Total non intende
fornire dati ufficiali in omaggio a una scelta di riservatezza.
Però secondo le valutazioni dell'Assomineraria, associazione che
rappresenta le società dei settori minerario e petrolifero, nella zona
di Tempa Rossa, che è quella in cui opera la compagnia francese, ci
sono almeno altri 420 milioni di barili. Considerato che il consumo
annuale petrolifero in Italia è di circa 1 milione 800 mila barili al
giorno, nel sottosuolo di quelle campagne del Sud c'è potenzialmente
tanto greggio quanto tutto il Paese ne può consumare in una ventina
d'anni e più.
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