IV
FACEZIE
[Il vecchio e il giovane]
Dispregiando uno vecchio pubblicamente un giovane, mostrando
aldacemente non temer quello, onde il giovane li rispuose che la sua
lunga età li faceva migliore scudo che la lingua o la forza.
[L'artigiano e il signore]
Uno artigiano andando spesso a vicitare un signore, sanza altro
proposito dimandare, al quale il signore domandò quello che andava
facendo. Questo disse che venia lì per avere de' piaceri che lui aver
non potea; perocchè lui volentieri vedeva omini più potenti di lui,
come fanno i popolari, ma che 'l signore non potea vedere se non omini
di men possa di lui: e per questo i signori mancavano d'esso piacere.
[L'uomo con la spada]
Uno vede una grande spada allato a un altro e dice:" O poverello!
Ell'è gran tempo ch'io t'ho veduto legato a questa arme: perché non
ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà?"
Al quale costui rispose:" Questa è una cosa non tua, anzi è
vecchia." Questo, sentendosi mordere, rispuose:" Io ti
conosco sapere sì poche cose in questo mondo, ch'io credevo che ogni
divulgata cosa a te fussi per nova.
[Due viandanti nella notte]
Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece gran
strepido col culo; e disse l'altro compagno: " Or veggo io ch'i
son da te amato". "Come?" disse l'altro. Quel
rispose;" Tu mi porgi la correggia perch'io non caggia, né mi
perda da te".
[Il gioco delle brache]
Uno disputandosi e vantandosi di sapere fare molti vari e belli
giochi, un altro de' circustanti disse:" Io so fare uno gioco il
quale farà trarre le brache a chi a me parirà". Il primo
vantatore, trovandosi sanza brache: "Che no", disse,
"che a me non le farai trarre! E vadano un paro di calze".
Il proponitore d'esso gioco, accettato lo 'nvito, impromutò più para
di brache e trassele nel volto al mettitore delle calze. E vinse il
pegno.
[Gli occhi dallo strano colore]
Uno disse a un suo conoscente: "Tu hai tutti li occhi trasmutati
in istrano colore". Quello li rispose intervenirli spesso.
"Ma tu non ci hai posto cura? E quando t'addivien questo?"
Rispose l'altro: "Ogni volta ch'e mia occhi veggono il tuo viso
strano, per violenza ricevuta da sì gran dispiacere, subito e'
s'impallidiscano e mutano in istran colore".
[La stessa]
Uno disse a un altro: "Tu hai tutti li occhi mutati in istran
colore". Quello li rispose: "Egli è perché i mia occhi
veggono il tuo viso strano".
[Il paese in cui nascevano le cose più strane]
Uno disse che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo.
L'altro rispose: "Tu che vi se' nato, confermi ciò esser vero,
per la stranezza della tua brutta presenza".
[La lavandaia e il prete]
Una lavava i panni e pel freddo aveva i piedi molto rossi, e,
passandole appresso, uno prete domandò con ammirazione donde tale
rossezza dirivassi; al quale la femmina subito rispuose che tale
effetto accadeva, perché ella aveva sotto il foco. Allora il prete
mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca,
e, a quella accostatosi, con dolce e sommessiva voce pregò quella che
'n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.
[Il prete e il pittore]
Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com'è
usanza, l'acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d'un
pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso
pittore, voltosi indirieto alquanto scrucciato , disse, perché
facessi tale spargimento sopra le sue pitture.
Allora il prete disse essere così usanza, e ch' era suo debito il
fare così e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e
meglio, che così promettea Dio, e che d'ogni bene, che si faceva in
terra, se n'arebbe di sopra per ogni un cento. Allora il pittore,
aspettato ch'elli uscissi fori, se li fece di sopra alla finestra, e
gittò un gran secchione d'acqua addosso a esso prete, dicendo:
"Ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti
che accaderebbe nel bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla
quale m'hai guasto mezze le mie pittura".
[Un frate e il mercante]
Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle
quali essi non mangiano carne ne' lor conventi; ma in viaggio, perché
essi vivano di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto
loro innanzi. Onde, abbattendosi in detti viaggi una coppia d'essi
frati a un'osteria in compagnia d'un certo me[r]cantuolo, il quale,
essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà
dell'ostieri, altro che un pollastro cotto, onde esso mercantuolo,
vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse:
"Se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne' vostri
conventi d'alcuna maniera di carne". Alle quali parole i frati
furono costretti, per la loro regola, sanza alt[r]e gavillazioni, a
dire ciò essere la verità: onde il mercantetto ebbe il suo
desiderio; e così si mangiò essa pollastra, e i frati feciono il
meglio poterono.
Ora, dopo tale desinare, questi commensari si partirono tutti e tre di
compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovati un fiume di bona
larghezza e profondità, essendo tutti tre a piedi - i frati per
povertà e l'altro per avarizia -, fu necessario, per l'uso della
compagnia, che uno dei frati, essendo discalzi, passassi sopra i suoi
omeri esso mercantuolo: on[de] datoli il frate a serbo i zoccoli, si
caricò di tale omo.
Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso
ancora si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San
Cristofano, alzò la testa inverso quello che l'aggravava, e disse:
"Dimmi un poco, hai tu nessun dinari addosso?"."Ben
sai", rispose questo," come credete voi che la mia pari
mercatante andassi altrementi attorno?" "Oimè!", disse
il frate, "la nostra regola vieta che noi non possiano portare
danari addosso." E subito lo gettò nell'acqua. La qual cosa,
conosciuta dal mercatante facetamente la già fatta ingiuria essere
vendicata, con piacevole riso, pacificamente, mezzo arrossito per
vergogna, la vendetta sopportò.
[L'amico e il maldicente]
Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perché quello spesso li
diceva male delli amici sua. Il quale lasciato l'amico, un dì,
dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che gli
dicesse quale fusse la cagione che lo avessi fatto dimenticare tanta
amicizia. Al quale esso rispose: "Io non voglio più usare con
teco perch'io ti voglio bene e non voglio che, dicendo tu male ad
altri di me tuo amico, che altri abbiano a fare, come me, a fare
trista impressione di te, dicendo tu a quelli male di me tuo amico;
onde non usando noi più insieme, parrà che noi siamo fatti nimici e
per il dire tu male di me, com'è tua usanza, non sarai tanto da
essere biasimato, come se noi usassimo insieme".
[La putta e il prete]
Una putta mostrò il cuno d'una capra 'n cambio del suo a un prete, e
prese un grosso, e così lo beffò.
[La donna e il "triste passo"]
La femmina nel passare uno tristo e fangoso, tre verità. Ella
nell'alzarsi colle mani i panni dirieto e dinnanzi si tocca la potta e
l'culo e dice: "Questo è uno triste passo!"
[Il seguace di Pitagora]
Uno volendo provare colla alturità di Pitagora come altre volte lui
era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento,
allo costui disse a questo tale: "E per tale segnale che io altre
volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro". Allora
costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero,
che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato
l'asino, che li portava la farina.
[Un pittore dai brutti figli]
Fu dimandato un pittore, perché facendo lui le figure sì belle, che
eran cose morte, per che causa avessi fatto i figlioli sì brutti.
Allora il pittore rispose che le pitture le fece di dì e i figlioli
di notte.
[Il viaggiatore e la gabella]
Uno andando a Modana ebbe a pagare cinque soldi di gabella della sua
persona. Alla qual cosa, cominciato a fare gran cramore e ammirazione,
attrasse a sé molti circunstanti, i quali domandando donde veniva
tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: "O non mi debbo io
maravigliare con ciò sia che tutto un omo non paghi altro che cinque
soldi, e a Firenze io, solo a metter dentro el cazzo, ebbi a pagare
dieci ducati d'oro, e qui metto el cazzo e coglioni e tutto il resto
per sì piccol dazio? Dio salvi e mantenga tal città e chi la
governa!"
[Il malato e la madonna Bona]
Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta e
domandato uno de' sua servi chi era che batteva l'uscio, esso servo
rispose essere una che si chiamava Madonna Bona. Allora l'infermo,
alzato le braccia al cielo, ringraziò Dio con alta voce, poi disse ai
servi che lasciassino venire presto questa, acciò che potessi vedere
una donna bona innanzi che esso morissi, imperocchè in sua vita ma'
ne vide nessuna.
[Il dormiglione]
Fu detto a uno che si levasse dal letto, perché già era levato il
sole, e lui rispose: "Se io avessi a fare tanto viaggio e
faccende quanto lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a
fare sì poco cammino, ancora no mi vo' levare".
[L'arciprete e lo sparviero]
Facezia dell'arciprete di Sancta Maria del Monte, che sta a Varese,
che fu mandato legato al Duca 'n iscambio d'uno sparviere.
[L'illegittimo]
Uno rimproverò a uno omo da bene che non era legittimo. Al quale esso
rispose esser legittimo nelli ordini della spezie umana e nella legge
di natura, ma che lui nell'una era bastardo, perch'egli aveva più
costumi di bestia che d'omo, e nella legge delli omini non avea
certezza d'esser ligittimo.
[Il ladro e il merciaio]
Sapiendo un ladro che 'n suo cognoscente merciaio avea assai danari 'n
una cassa in sua bottega, fece pensiero di rubarliele, e di
mezzanotte, entrato in bottega d'esso merciaio, cominciato a dare
ordine alla sua intenzione, fu sopraggiunto, la bottega dischiavata
dal gran catenaccio. E con grande spavento, posto li occhi alle
fessure donde spirava il lume del ladro, subito serrò di fori il
catenaccio; e serrato il ladro in bottega, corse per la famiglia del
rettore. Allora il ladro, trovandosi dentro serrato, ricorse a un
subito scampo della salute sua, e, accesi due candelieri del merciaio
e cavato fori un paio di carte da giucare, parte ne gittò per terra,
dov'era tristo giuoco, e altrettante ne serbò in mano con gioco bono,
e così aspettò la famiglia del rettore. La quale subito che giunse
col cavalieri, costui ch'era in bottega, sentendo dischiavare l'uscio,
gridò: "Alla fede di Dio, tu m'hai serrato qui per non mi pagare
li danari che io t'ho vinti. E io ti giuro che tu mi farà 'l dovere.
E non si vole giuocare, chi non vuol perdere. Tu m'hai fatto mezzo
giucar per forza e poi, quando perdi, ti fuggi for di bottega co' tua
danari e co' mia, e mi serri dentro, perché io non ti corra dirieto".
E così detto, li cacciò la mano alla scarsella per ispiccarliela dal
lato. Allora il cavalieri, parendoli esser stato giuntato, fece che 'l
merciaio li diede i danari che colui dimandava ch'eran sua.
[Il povero e il signore]
Uno povero omo fece intendere a uno usceri d'un gran signore come e'
dovessi dire al suo signore, che quivi era venuto un suo fratello, il
quale avea gran bisogno di parlarli. Il quale usceri, avendo riferita
tale imbasciata, ebbe comessione di dare l'entrata a tale fratello. Il
quale giunto al cospetto del signore, li mostrò come, essendo tutti
discesi dal gran padre Adam, ch'elli era suo fratello, e che la roba
era mal divisa, e che lo pregava che cacciassi da lui tale povertà,
perché a gran pena potea vivere di limosine. Allora il signori
rispose ch'elli era ben lecito tale richiesta e domandò il tesorieri
e feceli donare un soldo. Allora il povero ebbe grande ammirazione e
disse che quel non si richiedea a tal fratello. Allora il signore
disse ch'egli avea tanti simili fratelli, che a dar tanto per
ciascuno, che non li rimanea niente a lui, e che tal soldo era
bastante a tal divisione di roba. E così con lecita licenzia lo
divise da tal redità.
[Il tavolaccio e la lancia]
Uno, vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il
tavolaccio e gridò, vedendo la sua lancia: "Oimè, quest'è
troppo picciol lavorante a sì gran bottega!"