
I ciprioti, nel 2000 a.C., lo usavano al posto del carbone per fondere il rame. Lo rivelano 18 forni trovati nel sito di Pyrgos Mavroraki da un’équipe di archeologi diretta da Maria Rosaria Belgiorno del Cnr. La rivoluzionaria scoperta dell’utilizzo dell’olio in metallurgia, precedente all’uso alimentare, confermata da un esperimento - 
Nel centro di archeologia sperimentale ‘Antiquitates’ di Blera, in provincia di Viterbo, è stato riprodotto un modello dei forni ciprioti per meglio comprendere come avvenisse la fusione con l’olio. “I forni della dimensione di 35 centimetri sono muniti di due condutture semplici, ricoperte di terra, che a loro volta si collegano rispettivamente a due mantici, nei lati opposti, per un totale di 4 mantici che mandano ossigeno e aria nell’invaso. Questo è provvisto di due aperture per il tiraggio” spiega Angelo Bartoli di Antiquitates. “La camera veniva preriscaldata con piccoli pezzi di legna per raggiungere 6-700 ° di temperatura, che saliva, fino a 1083°, punto di fusione, con l’aggiunta dell’olio. Tale procedimento consentiva di ottenere calore con risparmio di risorse. Con circa 2 litri si ottiene la fusione di 600 grammi di malachite”.
I metallurghi preistorici avevano pensato anche a come non scottarsi evitando il ritorno di fiamma dopo l’inserimento del combustibile. “L’olio” prosegue Belgiorno “veniva versato lentamente attraverso una canna di fiume che consentiva di mantenersi a debita distanza dal calore. La canna finiva nel forno, ma era protetta da una brocchetta di ceramica con la base rotta. Tale espediente garantiva un maggiore controllo nel rilascio dell’olio e l’incolumità dell’operaio”.
Una tecnologia dunque molto accurata, sia nei processi funzionali sia nella sicurezza della lavorazione. Numerosi gli utensili venuti alla luce: piccole brocche rotte, attingitoi, incudini, crogiuoli, versatoi, stampi di lingotti e di punte d’ascia, alcune della dimensione di 23 cm, e non mancano i monili di rame.
Come si giustifica la presenza di un combustibile diverso dal carbone? “Per ottenere il carbone per la fusione occorre molta legna, ma con gli utensili di pietra in uso dei primitivi era un’operazione molto difficile. Inoltre, quella secca disponibile era di immediato consumo. Il ricorso all’olio deve essere stato casuale: dalle olive raccolte per essere mangiate, gli antichi devono essersi accorti che bruciavano bene. Non è mai stato trovato o cercato finora l’utilizzo dell’olio per la fusione. Alcuni forni più antichi del 2000 a. C, molto simili ai nostri, con buche per terra, sono stati trovati nell’area della Giordania e della Siria. La metallurgia mediterranea nasce infatti nello stesso luogo dove abbiamo la più antica evidenza dell’estrazione d’olio d’oliva. Il rame dei Cipro era il più apprezzato in tutto il Bacino. Tale successo era dovuto alla lunga esperienza nell’estrazione, ma forse anche al fatto di utilizzare nella fusione l’olio che, a differenza del carbone, lascia poche scorie. Il metallo di qualità ottimale era pronto per realizzare una lega, senza dover essere prima ripulito”.
L’ambasciatore di Cipro a Roma, Stavros A. Epaminondas, presente all’esperimento di Blera, ha espresso la sua gratitudine al Cnr per aver consentito ai ciprioti di conoscere un brano importante della loro storia.
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